Tre pescatori, tre generazioni, tre diverse personalità, ma la stessa passione per la pesca a mosca, tanta voglia di avventura e di contatto con la natura.
Io sono Marco (58 anni, il più vecchietto della compagnia), mio figlio Matteo (15 anni con l'irruenza dell'adolescenza) e il grande amico Edoardo (30 anni di potenza e maturità) compagno di tante avventure. Nonostante l'età, io sono ancora il più matto di noi tre, la mia voglia di esplorare la natura, motivato dalla passione per la pesca e la fotografia sono inarrestabili. È il mio stile di vita. Da oltre dieci anni faccio la guida di pesca, e vi assicuro ne ho vista scorrere di acqua, ma la mia curiosità di esplorare nuovi spot dove lanciare le mie mosche mi spinge ad inventarmi situazioni come quella che vi racconterò nelle righe che seguono.
Per me la pesca a mosca non è solamente “andare a pescare”, è veramente molto molto di più. Si certo c'è l'aspetto tecnico, l'approccio al fiume, l'attrezzatura, la lettura dell'acqua, la conoscenza degli insetti, gli orari, le stagioni che ribaltano le abitudini dei pesci, c'è l'ambiente, il corso d'acqua che lo attraversa e le sue caratteristiche..., ma l'aspetto che in questi ultimi anni mi entusiasma maggiormente è vivere tutto ciò con amici veri e condividere questa grande passione.
Mi piace anche andare a pescare da solo, non pensare a nulla ed immergermi nel fiume in completa solitudine, pescare tecnico, sfidando me stesso e puntare al pesce grosso. E così allora cerco di creare le occasioni di condivisione, con amici e naturalmente con mio figlio che fortunatamente spesso mi segue in queste esplorazioni.
Ecco infatti che una mattina di luglio mi balena l'idea di andare via un paio di giorni, trascorrere una notte in quota con la tenda e naturalmente esplorare un nuovo ruscello di montagna.
D'istinto mando un messaggio all'amico Edo esprimendo questo mio pensiero di cui avevamo già parlato l'anno scorso. Incredibile, mi risponde nel giro di qualche minuto con un vocale dettagliato con tre proposte su tre diversi torrenti di montagna della Valsugana. Nemmeno mi stesse aspettando. Un po' come quando osservi un giro d'acqua che ti ispira e provi a lanciargli in mezzo la tua mosca preferita e vedi un guizzo della trota che si materializza dal nulla per prendere la tua imitazione.
Detto fatto, controlliamo le previsioni meteo e partiamo già il giovedì nel pomeriggio carichi come i somari, con tenda, sacchi a pelo, viveri in abbondanza e attrezzatura da pesca, in realtà estremante minimal.
Dopo aver parcheggiato le macchine, poco sopra il rifugio Carlettini, in val Campelle, cominciamo ad arrancare sul sentiero nel bosco in forte pendenza. Ci accompagna per tutto il percorso il rumore del torrente, che in alcuni tratti scorre abbastanza vicino al sentiero. Delle volte sbirciamo giù per vedere se intravvediamo qualche trota, ma questo primo tratto è veramente impervio e infrascato e non vediamo l'ora di arrivare alla Piana di Montalon, la nostra meta per la pesca e per piantare la tenda. Matteo in realtà non vede l'ora di arrivare in cima; non per pescare, ma per fare la grigliata di carne. Si sa, gli adolescenti hanno sempre fame!
Io e Edoardo troviamo un posticino dove posizionarci per la notte, in uno slargo dove c'è una malga privata (è giusto informare che in Trentino il campeggio libero è ovunque vietato a meno che non si sia su un terreno privato autorizzati dal proprietario), mentre Matteo sta già armeggiando con griglia, wurstel, pasta di lucanica e peperoni...
In valle, in questa torrida estate 2026, sono giornate estremamente calde, mentre quassù fa freddino e mentre mangiamo ci mettiamo addosso tutto quello di termico che abbiamo nello zaino. Mangiamo in fretta mentre scende la sera, con quattro gocce di pioggia che, per fortuna, sono solo di passaggio veloce. Prima che faccia buio, siamo già in tenda sprofondati nei nostri sacchi a pelo, per ripararci dal freddo.
La mattina seguente il cielo è terso, il sole ci scalda la tenda e ci induce ad uscire velocemente. Il rio Montalon è tutto per noi ed è lì che ci aspetta. La montagna circostante si offre ai nostri occhi con tutto il suo splendore di una mattinata d'estate.
Smontiamo tutto, facciamo una veloce colazione, nascondiamo i nostri averi nel bosco vicino al torrente e iniziamo a ridiscendere il corso d'acqua per circa un chilometro per poi pescarlo a risalire, come è buona regola in queste piccole acque cristalline.
Notiamo subito che i livelli sono piuttosto bassi e nel primo tratto ahimè non vediamo l'ombra di un pesce, sicuramente dovuto al fatto che qui il ruscello non crea delle piccole pool dove i salmonidi possono ripararsi.
Edoardo pesca con una Tenkara in modo estremamente leggero e minimalista, io invece che mi alterno la canna con Matteo, ho otpato per una classica 8,6 coda 4, con tippet 0,10, che valuto anche eccessiva per il tipo di acqua, una 7,6 coda 3 sarebbe stata meglio.
Raggiunto un tratto dove il torrente forma delle belle buchette, le trote e i numerosi salmerini alpini che lo popolano salgono immediatamente appena gli presentiamo la nostra mosca secca sopra la testa. L'importante è non farsi vedere, arrivargli lentamente da dietro, cercare di non proiettare ombre che potrebbero spaventarli e farli intanare.
Di fondamentale importanza in queste acque è il primo lancio: dev'essere preciso, leggero e perfettamente mirato nel posto dove presumiamo che ci sia il pesce. La lettura dell'acqua è fondamentale e spesso non si ha una seconda possibilità, perchè la trota è già fuggita.
Con il salmerino si ha qualche possibilità in più; è certamente un salmonide meno elusivo e più facile.
Quando si pesca in questi ruscelli di montagna ci si alternano le buche, una volta sono davanti io e la prossima lasci il tuo amico, si sta ad osservare e si fa da guadinatori dove necessario.
Anche questo a mio avviso è un bellissimo modo per vivere la pesca in amicizia, un po' per ciascuno, sapendo attendere il proprio turno, osservare e gioire della cattura del tuo compagno d'avventura.
Durante tutto il tratto che percorriamo le catture sono abbondanti, anche dove non immagineresti ci possa stare un pesce. Ovviamente la taglia è piccolina quassù, i pesci hanno pochi mesi per alimentarsi in abbondanza e l'accrescimento diventa lento, a causa di un lungo periodo invernale in cui il loro metabolismo rallenta quasi a fermarsi in attesa dello scioglimento delle nevi, dell'estate e degli insetti.
La mattinata trascorre veloce con la cattura più grande che non supera i trenta centimetri. Va benissimo così! Abbiamo visto un corso d'acqua vivo, pulito, ben popolato di tutte le taglie, con pesci in salute e dai bellissimi colori. Per dovere di cronaca, io ho catturato anche una marmorata pura, chissà come sarà arrivata lassù, certamente una “infiltrata” nei piani di ripopolamento che l'Associazione Pescatori Valsugana fa ogni anno su tutti i rivi di montagna.
Verso l'una del pomeriggio ci fermiamo per pranzo, facciamo un doveroso riposino all'ombra degli abeti, con il gorgoglio del torrente che ci concilia il sonno.
Pian piano è ora di tornare a valle, ci aspetta una camminata di circa due ore in discesa, con qualche sosta per mangiare un po' di mirtilli neri selvatici e dare qualche occhiata al torrente: è partita una bella schiusa serale e alcuni pesci bollano.
Foto Marco Simonini e Matteo Simonini